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Quando vieni a conoscenza di certe notizie, tutto quello che ti circonda si fa grigio, le cose perdono i confini. Non è facile definire il sentimento che precede le prime lacrime che graffiano le guance. Smarrimento. Forse è smarrirsi, sentirsi vuoti all’improvviso.

Il giorno dopo però fa ancora più male.

Kobe Bryant è stato un atleta capace di caricarsi il team sulle spalle per vincere le partite, ma non solo quello.

Il suo esordio in NBA coincide con il mio anno di nascita: il 1996.

Il motivo per cui ho deciso di convincere i miei genitori a compilare il modulo d’iscrizione al corso di minibasket è proprio quel ragazzo in gialloviola. Colori che nel corso della sua vita sono diventati più di un tatuaggio, più di una seconda pelle.

La cultura del gioco fatta a persona. Ci sono persone che sono pronte a sacrificare la propria vita per migliorare in quello che fanno, lui lo ha fatto sul parquet.

Eleganza, forza d’animo, caparbietà e capacità di adattamento.

I 5 anelli e i 33643 punti in carriera sono numeri maestosi che rendono l’idea del talento di Kobe.

La prima canotta sulle spalle porta il suo nome, il primo poster lo raffigura.

Kobe è un mito: un ponte tra il razionale e l’irrazionale. Tra l’umano e il divino.

Noi amanti della pallacanestro ricordiamo le sue gesta allo Staples Center, in giro per gli States e per il Mondo con il Team USA, ma la sua forza va oltre alla pallacanestro e allo sport. Essere conosciuti e soprattutto riconosciuti da tutti, in tutto il mondo, sono caratteristiche e pregi che pochi possono vantare.

I titoli e il quarto posto nella classifica dei marcatori NBA non si possono non ricordare, ma mi sembrano troppo poco, troppo superficiali per quell’uomo scomparso prematuramente con Gianna, una delle sue quattro figlie, e un gruppo di persone care. Il nome della figlia è l’ennesima prova del suo legame con lo stivale.

La sua lettera, una poesia, o meglio una carezza, alla pallacanestro ha fatto il giro del mondo e continuerà a farlo per molto tempo. Certi personaggi non possono essere dimenticati. Proprio come non potevano essere eseguiti, in egual modo, quei suoi movimenti, nonostante le ore passate davanti a YouTube da un ragazzo nato nell’anno del suo esordio tra i professionisti.

Dal 26 Gennaio 2020 conosciamo una cittadina californiana, Calabasas, e abbiamo tutti perso una persona che, senza saperlo, ci ha fatto un gran bene.

Ciao Kobe.

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Written by Enrico Longo


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